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Il futuro del Regno Unito nell’era post-Brexit

  • Andrea Mattiello
  • 9. Juni 2017
  • 8 Min. Lesezeit

La mattina di venerdì 24 giugno 2016, il giorno dopo il referendum consultativo con il quale i cittadini del Regno Unito hanno votato con una maggioranza del 52% per uscire dell’Unione Europea, senza aver chiuso occhio tutta la notte per seguire lo spoglio elettorale, sono uscito per fare colazione al caffè vicino casa qui a Londra. Nonostante l’ora tarda del mattino, il quartiere era molto più silenzioso del solito. Poche le persone per strada. Il caffè è gestito da una famiglia di Turchi emigrati nel Regno Unito negli anni '80 ed è frequentato da una clientela piuttosto poliedrica che riflette le tante nazionalità presenti qui nel mio comune di Islington. Al caffè sono stato accolto da sguardi segnati da occhiaie profonde quanto le mie. Gruppi di clienti seduti ai tavoli parlottavano sommessamente come del resto stavano facendo i camerieri e amici che gestiscono il locale. Una sensazione di sconforto permeava il tono e i contenuti degli scambi che stavano avvenendo nel locale. Incontrando lo sguardo della cassiera non siamo riusciti a trattenere le lacrime. Improvvisamente avevamo entrambi realizzato che il nostro modo di vita, lo spazio fisico e reale del nostro mondo interculturale, multietnico, aperto, libero e progressista era non solo apertamente criticato ma anche attaccato. Unico argomento di conversazione era il risultato del voto referendario a favore di Brexit: il Regno Unito sarebbe uscito dall’Unione Europea. “Britain is out!” titolavano i giornali. Da quella mattina Brexit iniziava a diventare realtà.

Il 52% di chi ha votato al referendum in favore di Brexit, aveva soprattutto ed esplicitamente votato contro i milioni di cittadini non Britannici, che, come noi, hanno scelto per motivi professionali e personali di fare del Regno Unito la loro casa e il centro della propria realtà. Improvvisamente questa nostra realtà e i diritti maturati a seguito di conflitti e negoziazioni, di battaglie civili e dibattiti internazionali, di trattati commerciali e pratiche per la libera circolazione delle genti e delle merci, sono stati inesorabilmente incrinati e minati alle loro fondamenta da un referendum costruito su una strategia politica e da una retorica mediatica per le quali questa realtà di apertura e di libero scambio, tra individui e comunità, creerebbe, soprattutto qui nel Regno Unito, segregazione e divisioni sociali, e aumenterebbe il divario tra le classi anziché ridurlo.

Questa strategia politica scredita i valori universali dell’Europa post-bellica e dei suoi diritti civili comunitari, e mira a incrinare le fondamenta del progetto Europeo. Orchestrata da un’opinione pubblica che ha assecondato in questi decenni la comparsa e la crescita dal 1993 di UK Independence Party (UKIP), questa strategia è cresciuta trasversalmente ed è stata appropriata dal dibattito di destra e di sinistra, e ancora oggi si mostra operante con tematiche come il controllo dei flussi migratori, l’opposizione al multiculturalismo, l’esaltazione dell’identità nazionale ascrivibili al populismo e al liberismo di destra. Questa è la retorica della campagna per Brexit e questa è in parte ancora oggi quella che ispira il dibattito politico nel Regno Unito a pochi giorni dal voto alle elezioni politiche indette dal Primo Ministro uscente Theresa May, il prossimo 8 giugno. La responsabilità di questa azione è nelle mani di una élite sociale che vuole promuovere l’idea che sia possibile per il Regno Unito prendere totale controllo dei propri confini nazionali, di poter dettare forme contrattuali a maggior vantaggio per il Regno Unito in modo unilaterale ridisegnando consuetudini negoziali e pratiche decennali al motto di “take back control”, riprendiamo il controllo.

Dopo i primi mesi di sospensione e incertezza istituzionale, conseguenti alle dimissioni del Primo Ministro David Cameron e la nomina di un nuovo Governo a guida di Theresa May, dopo settimane di trattative tutte interne al partito Conservatore, con un ruolo non totalmente antagonista giocato dal partito Laburista, a Gennaio 2017 a Davos Theresa May e il Ministro del Tesoro Britannico, Philip Hammond, sono intervenuti al World Economic Forum presentando il loro progetto politico per il Paese post-Brexit come una sorta di rinnovamento per il Regno Unito come realtà globale che loro concepiscono come anglo-centrica, con forti legami con gli Stati Uniti del Presidente Donald Trump, con leggere tinte da vecchio impero di origine più Inglese che Britannica, ben ritratte nell’articolo “From Great Britain to Little England”, apparso sul New York Times qualche giorno prima del voto referendario. Nell’articolo di Neal Ascherson si spiega bene come il voto per lasciare l’Unione Europea non sia tanto un voto Britannico, espressione dell’intero Regno Unito, quanto un voto maggioritario di quella parte dell’Inghilterra che non si riconosce nei valori Europei, che individua come antagonista l’azione di un soggetto di diritto superiore ed esterno rispetto al Parlamento Britannico, e che si sente minacciata della capacità legislativa di paesi come la Scozia e il Galles, Paesi con i loro Parlamenti autonomi dove, nel caso della Scozia, si è maggiormente votato per non uscire dall’Unione Europea. Questa Little England, piccola Inghilterra, e una parte molto influente di quella classe sociale che si può identificare come “old money”, la vecchia ricchezza, immagina un ruolo del Regno Unito globalmente più preponderante e di impostazione neoimperialista, ma in versione provinciale, piccolo borghese, Little England appunto. Un’Inghilterra integrata nei grandi processi del libero scambio e della finanza globale, ma con un ruolo di privilegio e con concessioni eccentriche rispetto alle regole globali. Sicuramente antagonista rispetto al progetto di globalizzazione della “terza via” del Labourista Tony Blair, i cui effetti, tanto positivi, quanto negativi, sono fortemente visibili e percepibili nella grande Londra, esposta ai flussi globali ma anche patria della diversità multiculturale, meno altrove. Secondo alcuni leader politici Britannici proprio questa globalizzazione ha però lasciato indietro molte delle aree depresse del Regno Unito, e ha reso molti dei residenti in quelle aree ancora più indigenti e in condizioni ancora più arretrate.

L’eccezionalità di Londra l’ha resa un catalizzatore di tutti quei migranti che si riconoscono in questi ideali ma allo stesso tempo drammaticamente l’ha resa particolarmente esposta alle ritorsioni di gruppi eversivi e di estremisti radicalizzati, come si è recentemente visto con gli attacchi del 22 marzo a Westminster Bridge e del 3 giugno a London Bridge. In gran parte dell’Inghilterra la globalizzazione è stata per molto tempo solo sinonimo di grandi flussi migratori verso il Regno Unito, e in particolare di flussi di migranti lavorativi dai paesi dell’Unione. Brexit è stato prima di tutto un referendum usato per regolarizzare questioni di politica interna mascherate dietro la questione del voto pro o contro l’adesione all’Unione Europea.

A un anno dal referendum, dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, dopo il complesso dibattito pubblico avvenuto dentro e fuori del Parlamento Britannico che ha portato la formale richiesta dell’avvio delle trattive per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, come previsto dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona, la situazione politica interna ed estera si è fatta molto più agitata e articolata in relazione alla necessità di dare forma all’idea di uscita. A poche settimane dalla partenza dei negoziati per permettere al Regno Unito di lasciare l’Unione Europea, diventa sempre più impellente la necessità di definire come sarà questa Brexit: sarà un’uscita con un accordo morbido? Duro? Oppure non ci sarà accordo e quindi il Regno Unito uscirà senza nessuna forma di accordo con l’Unione?

Le elezioni indette dal premier uscente May sono quindi la naturale evoluzione di una situazione di politica interna Britannica in continua trasformazione, dove questioni e priorità di politica interna sono costantemente ridefinite e ricalibrate sulla base delle previsioni su cosa accadrà durante i negoziati, e soprattutto su cosa accadrà nel post-Brexit. Gli scenari sono molteplici e gli attori in gioco nel definirli sono numerosi.

Governo Britannico, mondo finanziario, confederazioni industriali, gruppi sociali, unioni professionali e le diverse lobby nel Paese si stanno attivamente interrogando circa la ridefinizione dello Stato di diritto in questo Paese al di fuori degli schemi delle direttive Europee. Da un punto di vista prettamente ideologico Brexit è stato un potente hashtag, da un punto di vista politico è una realtà complessa e alquanto ingarbugliata. Chiunque guiderà questo processo avrà su di sé una responsabilità altissima. A seguito della negoziazione ci sarà più da perdere, o più da guadagnare per il Regno Unito? Questa domanda se la chiede tutto l’elettorato e avrà un peso fondamentale nell’urna.

Theresa May ha quindi indetto le elezioni dell’8 giugno proprio sulla base della complessità politica legata a Brexit, ma ancora una volta per arginare questioni di politica interna in continua evoluzione. La sua strategia è quindi quella di usare Brexit come la questione principale per la definizione delle linee guida per il disegno del futuro del Paese. La campagna elettorale dei Conservatori è stata costruita proprio sull’idea di usare Brexit per organizzare il futuro del Regno Unito. In queste elezioni politiche, come del resto nel referendum dello scorso anno, l’Europa c’entra pochissimo o nulla. Nell’impostazione politica dei Conservatori, Brexit rappresenta la possibilità per imporre la loro visione di società con pieni poteri. Una società in cui il principio liberale è vincolato prima di tutto a quello della distinzione di classe e al principio del valore fondante del passato, della tradizione, delle consuetudini assodate. Non a caso nel Regno Unito il diritto non è tanto imposto dalla legislazione degli enti sovrani, quanto dalla prassi del Common Law, quel sistema giuridico fondato sui casi e sulla prassi prima che su principi universali dettati dal legislatore.

I cittadini di questo Paese si stanno quindi confrontando in modo democraticamente acceso per definire la natura del progetto politico, sociale ed economico che il Regno Unito avrà nel contesto Europeo e globale. La responsabilità di definire cosa sarà il Paese nel futuro è assai alta. Il peso di questa responsabilità è altamente sentito da tutti i leader politici, Theresa May in testa, e con lei anche Jeremy Corbyn. Nonostante questa “snap election”, elezione veloce, sia stata indetta proprio da May per assicurare un maggiore consenso intorno alla sua figura e alla sua leadership (ricordiamoci che Theresa May è Primo Ministro in carica senza essere passata da una elezione vera e propria), non è detto che sia in grado di ottenere una linea di comando “strong and stable”, forte e stabile, per la guida del Paese nei prossimi 4 anni e per le negoziazioni per l’uscita dall’Unione Europea, dal momento che proprio lo spirito democratico, profondo e antico di questo Paese, antagonizza con quei soggetti politici che assumo ruoli i leadership e che potrebbero imporre regole contro lo status quo dei cittadini e in contraddizione alle consuetudini. Se Brexit, come preventivata dall’attuale Governo May, sarà percepita come lesiva di parti significative del Paese, non sarà facile per i Conservatori avere l’ampia maggioranza e il mandato May richiede.

Il voto alle prossime elezioni politiche torna quindi intimamente a mettere l’accento sul nodo complesso del rapporto tra gli individui e le istituzioni nella Regno Unito. Come per Brexit, i cittadini Britannici sono implicitamente chiamati al voto per esprimersi sulla complessa natura dello Stato di diritto. Dalla Magna Carta a Brexit, in questo Paese il Popolo ha sempre democraticamente contribuito al bilanciamento tra diritti e doveri in un negoziato continuo con le forme di potere, il Sovrano prima e le istituzioni del Regno poi, e queste di contro non hanno mai smesso di determinare e regolamentare le forme della vita consociata. Del resto sebbene il Re in questo Paese abbia “perso la testa” prima di quello Francese, Carlo I d’Inghilterra fu giustiziato nel 1649, qui ancora oggi la monarchia è sovrana. Dopo la breve esperienza repubblicana, il Bill of Rights del 1689 ha sancito alcuni diritti fondamentali del Parlamento Britannico e nei confronti della monarchia costituzionale, di fatto incardinandola fino ad oggi nelle Istituzioni del Paese. Il gioco del bilanciamento dei poteri iniziato con quelle antiche riforme, è stato quindi rinnovato nel voto per uscire dall’Unione Europea, nonostante il Popolo Britannico con un referendum nel 1975 avesse espresso al 67% di voler stare nell’Unione, e ancora una volta rimane questione centrale nel voto del prossimo 8 giugno. Nonostante la natura consultativa del referendum del giugno 2016, e nonostante la minima minoranza di chi ha votato a favore per l’uscita, Brexit accadrà. Ma come accadrà è questione ancora più importante per un Popolo abituato all’esercizio democratico. Come sarà il Regno Unito post-Brexit, come sarà la realtà di molti di noi cittadini del mondo di casa in questo Paese, fino a questo punto aperto alle genti del mondo, dipende da queste elezioni che sono quindi di portata storica tanto per i cittadini Britannici, quanto per i milioni di noi che l’abbiamo scelto come patria.

(questo articolo è apparso su www.italiaincammino.it in due parti nei giorni 6 e 7 giugno 2017)


 
 
 

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